Ai-Alieni

Non ci sono più film sugli alieni.

Ricordate il boom di film sul tema, pieni di invasioni, contatti e rapimenti?

Forse i film, soprattutto quelli che vogliono accendere lo spettro della paura, portano alla luce quelle che sono le nostre più profonde paure personali, che sono anche quelle di tutti gli altri: le paure collettive. Le ombre del nostro subconscio si proiettano in scenari di ignoto su cui fantastichiamo le più astruse minacce.

Perdonatemi, riparto dai geroglifici:
Per anni, secoli, come umanità ci ha uniti e identificati il valore religioso, l’avere uno scopo divino e morale superiore (anche rispetto ad altri popoli). Poi è venuto il tempo della ragione: anche lì, dividendoci e facendoci sentire migliori di altri popoli per finezza ed eleganza intellettuale. Poi quello dell’intelligenza, per sentirci migliori di tutte le altre specie dopo che quel burlone di Darwin ci aveva rimesso a quattro zampe, con la stessa origine della scimmia.
Noi umani, ribattezzati come strana evoluzione delle scimmie, imparentati alla lontanissima con degli orribili cavalli (tutti hanno uno zio un po’ somaro, d’altronde).

Ma torniamo agli alieni… non era meglio quando l’ego, nella sua fragilità e insicurezza, proiettava le sue paure di impossibili scenari di perdita del dominio dell’intelligenza, attribuendola a qualche omino verde proveniente da Marte?

Questa roba dovrebbe spaventarci ancora, no? Perché sono finite tutte le produzioni, le vignette, i sogni o le testimonianze su questa roba?

Non sono terminate. L’ego ha visto un nemico molto più vicino, tangibile e reale nel mondo. Lo identifica nell’evoluzione dei nostri computer, negli algoritmi e nei grandissimi sistemi di linguaggio che parlano come noi. Sai, gli LLM, sai, l’AI.
Cazzo, ora ci fa paura l’AI, mica gli alieni. Forse è per questo che le produzioni si sono spostate sui robot come nemico dell’umanità. L’alieno è sempre presente, ma è dentro un computer davanti ai nostri occhi!

Se mi metto a parlarvi di alieni con tono misterioso mi prendete per un cretino, non risveglio la benché minima paura. Il tema non è più interessante; ma un tempo ci passavi nottate con gli amici davanti alla TV, raccontavi del mezzo cerchio nel campo di grano dell’amico dell’amico di non si sa chi, o millantavi di aver letto mezzo paper dell’Area 51. Zero, tutto finito.

La minaccia al nostro attaccamento al primato dell’intelligenza ora ha un volto diverso; ed è quello di Will Smith che mangia sempre meglio gli spaghetti.

Sono le risposte umanoidi di ChatGPT.
Sono le modelle con cui puoi parlare per ore e temi che un domani possano, in versione umanoide, ammazzarti come un maschio di mantide religiosa, senza prima deliziarti di un happy ending… perché sai, il tuo DNA non le serve, mentre il Wi-Fi per sterminare altri tuoi simili sì.

Un tempo, in quella paura personale e collettiva, c’era un brivido di ignoto. Ora non c’è nessun ignoto: i sistemi AI sono davanti a noi, visibili, anche se non li comprendiamo interamente nei loro processi. Ma se gli abbiamo dato vita, come facciamo a non comprendere alcune cose che fanno? Siamo per caso meno intelligenti della macchina che noi stessi abbiamo inventato? Sia mai!

Pensate, potremmo addirittura staccare la spina. Ma il brivido è completamente diverso. Possiamo attendere. Se c’era un alieno nei film era cattivo e andava ucciso quanto prima. Ora possiamo attendere e studiarlo un altro po’, siamo sempre in tempo a staccare la spina. Siamo in controllo o ci “trolliamo” con la nostra stessa vita???

È come avere un telescopio e dire: ci guardo dentro ancora una volta per capire qualcosa in più…
“Non ho ancora capito una sega su quale pianeta gira intorno a cosa, e viceversa, ma potrei capirlo domani.”
Fino a che, nel segno delle idee su cosa gira intorno a cosa, potremmo capire e non tornare più indietro… forse… ma in quali termini… intellettuali, cognitivi, spirituali?

La paura ha sempre lo stesso pessimo odore: crea puzzolenti disegni mentali funzionali a prevenire intossicanti errori di gestione. Mentre la nostra mente va avanti e crea, proietta paure allo stesso tempo. È normale, è paranoico: è un sistema che ci fa vedere opportunità e pericoli contemporaneamente, così costruiamo senza distruggere troppo. C’è bisogno di chi inventa il farmaco e di chi inventa l’antidoto. Chi l’aereo e chi il paracadute.

Forse andando avanti con questa AI, e abituandoci a un “alieno” dentro un computer che osserviamo, staremo guardando dentro un telescopio che ci insegnerà molto più sul nostro mondo interno piuttosto che su quello esterno. Potremmo uscire dall’attaccamento egoico di essere apex predator dell’intelligenza.
Magari svilupperemo nuove mappe e interpretazioni del mondo… magari perfino della nostra stessa coscienza. Ci siamo già passati, d’altronde.
Forse questa AI ci rimetterà a quattro zampe come Darwin (sperando che si inchiappetti solo il nostro ego piuttosto che l’intera umanità).

Forse, come abbiamo scoperto di avere doti molto più profonde del destino divino, scopriremo che anche quella dell’intelligenza era una mezza bugia per sopravvivere, come tante che ci siamo raccontati.

Forse questo nuovo telescopio a disposizione fa scricchiolare la vecchia tesi identitaria che avevamo su di noi. Forse, rianalizzandoci nel profondo, era una visione molto limitante e fondata fin dalla nascita su presupposti molto arroganti.
Scusate, quando abbiamo deciso che, di tutte le qualità, proprio la nostra intelligenza fosse la più importante e rappresentativa?

Magari come umanità lo accetteremo senza dare fuoco a qualche eretico anche stavolta, o senza stigmatizzare chi lentamente inizierà a cambiare idea e a darsi nuove interpretazioni, storie, valori e visioni di sé nell’universo.
Forse questa AI ci aiuterà a uscire più rapidamente da loop ricorsivi in cui a fermarci è sempre stato l’ego della sopravvivenza.

Forse siamo sapiens non per ragione, morale o intelligenza, ma per la comprensione della nostra dimensione egoica e della sua componente più radicata: tenerci attaccati alla vita. Solo così ci siamo evoluti, d’altronde, nelle scoperte e nella creazione di nuove narrative. Solo approfondendo questo livello di coscienza abbiamo fatto, ogni volta, i precedenti cambi di paradigma.

Approfondire questo livello non significa eliminarlo, ma integrarlo, poiché l’ego — soprattutto quello che ci tiene adesi alla vita — in primis è fondamentale e, in secondo luogo, ha il carattere di un bambino che urla e piange dentro un aereo durante un viaggio di 10 ore. Qualsiasi bugia o piccolo assecondamento è accettabile, purché stia zitto o dorma sereno.

Forse, più che eliminarlo, su decisioni in-out, dovremmo comprenderlo e dolcemente raccontargli una storia migliore, più serena, che proietti orizzonti, traguardi e nuove prospettive.

Solo così mi convinsero, nei miei ultimi giorni ai giardinetti, ad andare alla scuola materna a 3 anni: con una dolce menzogna, non manifestando un obbligo che avrebbe suscitato una tragica crisi che quel tempo fosse finito, per sempre.

Risultato = non ruppi il cazzo