Mappe-Territorio

L’altro giorno guardavo le previsioni meteo sulla mia app Windy. Lo faccio sempre prima di andare in barca a vela, in aereo o stendere i panni. Ho iniziato a controllare il meteo con più attenzione dopo che, in una giornata di vento, un paio di miei boxer sono atterrati nel giardino del vicino. Da allora preferisco affidarmi ai modelli…quando posso...sperando allo stesso tempo che il vento, nel suo disordine naturale, porti la biancheria intima di una bella vicina a me piuttosto che le mie mutande a un individuo non richiesto.

Mappe, simulazioni e algoritmi sofisticati. Tutte tentano di descrivere lo stesso territorio: l’atmosfera reale sopra le nostre teste. Eppure a volte sbagliano. A volte prevedono sole e arriva un temporale. A volte sembrano quasi “allucinare”. Lo stesso accade alle intelligenze artificiali e spesso a volte capita anche a noi.

Questa esperienza mi ricorda che le mappe non sono il territorio. Sono strumenti probabilistici: non dicono cosa accadrà, ma cosa è più probabile che accada, secondo un certo modello. Quando guardo una mappa meteo non sto osservando il cielo. Sto osservando un’interpretazione del cielo. E lo stesso vale per molte delle mappe che usiamo per capire il mondo: sociologia, economia, psicologia, filosofia, antropologi, idee politiche, sistemi organizzativi e tecniche di dating!

Ognuna cattura qualcosa di vero, ma nessuna cattura tutto.

Non è un limite: è la loro natura. Queste discipline non ci danno “la realtà”. Ci danno prospettive. E ogni prospettiva è utile proprio perché è parziale. Il problema nasce quando dimentichiamo questo e iniziamo a trattare una mappa come se fosse il territorio. Quando scambiamo un modello per la realtà stessa. Usare mappe è inevitabile. Crederci ciecamente, no.

Facendo questa riflessione non riesco a pensare alla prima visione dell'atomo che vedeva gli elettroni in posizioni esatte a vari livelli.

Poi siamo passati a una descrizione probabilistica: non più “dove è l’elettrone”, ma “dove è più probabile trovarlo”. Non perché l’elettrone fosse diventato più strano, ma perché la nostra mappa era diventata più onesta.

Ma la prima mappa sull'atomo era una cazzata quindi? No, perché ha contrinuito a scoperte ulteriori e altri svariati utilizzi. Ha permesso un forte sviluppo della chimica. Per assurdo le vecchie mappe funzionano sempre anche quando se ne trovano di nuove e più sofisticate.

Lo stesso vale per la luce: a volte onda, a volte particella. Due descrizioni incompatibili che funzionano entrambe. Non perché la luce sia contraddittoria, ma perché nessuna mappa riesce a catturarla interamente. La fisica quantistica non ci dice com’è la realtà. Ci dice solo come la realtà appare quando la osserviamo con strumenti diversi. E forse questo vale anche fuori dai laboratori.

Forse ogni modello — scientifico, economico, psicologico o sociale — è come una funzione d’onda: non una fotografia del mondo, ma una distribuzione di possibilità su come il mondo potrebbe apparire.

Noi continuiamo a disegnarne mappe sempre migliori. Ma dimenticare che sono mappe è il modo più rapido per perdersi.