Veg-Eta'
Dragon Ball è stato un cartone animato capace di tenere milioni di persone incollate allo schermo grazie a una narrazione semplice e potente: il bene contro il male, il sacrificio, la trasformazione.
Io non ho mai guardato Dragon Ball con continuità. Alle elementari mi era vietato.
Lo sblocco di quel livello di libertà in casa avvenne grazie a mio fratello. Ho visto alcune repliche con lui, un po’ per curiosità, un po’ per capire cosa mi ero perso.
La riflessione nasce dopo aver visto sui social un video memizzato di uno scrittore italiano che diceva:
“Vegeta non diventa Super-Saiyan a 18, 20 o 25 anni… ci diventa a 35.”
La curiosità nasce dal meme che non capivo e dai commenti offensivi.
Apro YouTube e cerco “Vegeta Super-Saiyan”: il primo risultato è un reel di 10 secondi.
Premessa: ma chi cazzo è Vegeta!?
Vegeta, il principe dei Saiyan.
Guerriero orgoglioso, rabbioso, ossessionato dalla forza. Vive immerso nel confronto gerarchico costante con gli altri, Goku in primis.
Ogni gesto è una sfida, ogni battaglia una prova di superiorità.
Non combatte solo per vincere, ma per affermare di essere il migliore; crede che il valore personale debba essere conquistato a forza, ogni volta.
Il Reel
La voce narrante di Vegeta dice:
"Kakarot’s success was like a demon in my head. How could he be a Super-Saiyan, when I, the prince of all Saiyans, could not?"
Vegeta è stremato, sulle ginocchia, distrutto, ai limiti dello sforzo fisico e della frustrazione.
Urla: “I DON’T CARE!”
La voce continua:
"I didn't care anymore. I didn't care about being better than Kakarot. I didn't care about being a Super-Saiyan. I didn't care if I lived. I didn't care about anything... and then it happened."
Diventa Super-Saiyan. Finisce il reel.
La vocina nella mia testa commenta:
“Per quale cazzo di motivo, a quasi 33 anni, guardi sta roba?”
Evoluzione del personaggio
Il confronto come prigione
Per gran parte della sua vita, Vegeta vive in funzione di Goku.
Non combatte per crescere, ma per superare. Il mondo per lui è una scala: sopra o sotto.
L’immagine di Goku è un fastidio costante.
Quando Goku ottiene ciò che lui non riesce a raggiungere, qualcosa si incrina.
Vegeta non riconosce una forza che non nasca dall’ossessione, una lucidità che vada oltre il confronto.
È intollerante a questa dimensione.
La rottura
Dopo enormi frustrazioni accade qualcosa di radicale: l’opposto.
Vegeta smette di volere.
Cede la spinta a dominare, si dissolve il bisogno di misurarsi.
Il confronto, che lo aveva sorretto, si rivela per ciò che era: il suo limite.
Non conquista, ma resa
La trasformazione non nasce dalla forza, ma dalla resa al confronto.
Dentro di lui qualcosa si rompe e qualcosa si calma.
La disperazione incrina il guscio costruito negli anni, fatto di rabbia e superiorità.
Guarda dentro di sé.
Non per superare qualcuno, ma per esistere.
Quando l’ego si spegne, la trasformazione accade.
Vegeta dichiara la fine del confronto con colui che aveva antagonizzato interiormente per tutta la vita: Goku. Urla: “I don’t care.”
Qualcosa cambia.
La sua forza ora può incanalarsi altrove. Cambiando dentro, riesce a cambiare anche fuori.
Nella nuova maturità muta anche il rapporto con Goku: lo riconosce capace di visione, coesione, protezione e strategia.
Libera interpretazione
Toriyama non stava scrivendo un trattato psico-filosofico (non ha né chiesto autorizzazione né riconoscimento).
Né lo sto facendo io.
L’autore stava semplicemente creando un cartone animato.
Non sappiamo cosa volesse davvero mostrare, né se la caduta dell’ego del confronto fosse intenzionale.
Lui racconta una storia e noi la guardiamo sullo schermo.
Non sappiamo se questo dettaglio fosse voluto o se sia solo una proiezione della nostra lettura personale.
Eppure la sensazione che la vera evoluzione accada quando smettiamo di voler essere qualcun altro resta sorprendentemente reale.
Da adulti emergono livelli di lettura più profondi.
Vegeta, più di chiunque altro, diventa lo specchio di un conflitto umano universale.
Forse questa interpretazione emerge solo quando attraversiamo personalmente la fase di vita che Vegeta rappresenta.
Prima non l’avrei colta.
Oppure la sto immaginando io, per calmare il rimprovero mentre scrollo il telefono.
Nessuna scienza afferma l’arte. Nessuna disciplina la certifica.
L’arte è una libera interpretazione: osservazione di pattern narrativi ed emotivi, fuori dal metodo.
Se una canzone non vibrasse sulle nostre frequenze, non la ascolteremmo due volte di fila.
Anzi, non dovrebbe esistere arte affatto.
La liberalizzazione del metodo è arte.
Questo significa che le mie interpretazioni possono non piacere o risultare errate.
Così come il cartone animato può apparire violento o diseducativo agli occhi di una madre troppo premurosa.
Conclusione
Vegeta è scomodo. Io voglio essere Goku.
Su alcune cose siamo sempre stati come Goku: leggeri, ottimali.
Su altre permane uno stato “vegetativo” dentro di noi, simile a Vegeta.
Sarebbe duro, eccessivamente severo — ma soprattutto errato — dirsi:
“Quindi sono sempre stato Vegeta e non lo avevo capito in tutto questo tempo!?”
È un dualismo interno: due archetipi che coesistono.
In alcune sfaccettature siamo più arretrati; riconoscendo però altre nostre forze, il passaggio può diventare più sereno.
Vegeta diventa Super-Saiyan quando se lo merita; non è l’età a contare.
Conta il momento in cui l’ego cede. Conta quando smetti di misurarti contro il mondo.
Accade quando riconosciamo che l’elemento di massima frizione nel rapporto con il mondo crea anche la massima frizione interna.
Perché non è un rapporto con il mondo, ma contro il mondo.
Tutti vogliono essere Goku.
Pochi sono disposti a passare attraverso Vegeta.
Eppure è solo attraversando quello stato Vegeta(tivo) che la trasformazione accade.